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"Occorre fare un passo indietro: prima di affrontare l'Orlando Furioso, bisogna capire cosa sta succedendo. La Compagnia ha rischiato di sparire. Abbiamo vissuto difficoltà enormi, all'esterno del carcere, che si riflettevano sul teatro: siamo arrivati a capire che non saremmo potuti andare avanti. Ci siamo sentiti come Pupi siciliani appesi in un armadio che una volta all'anno vengono tirati fuori per poi essere richiusi dentro. E allora, da parte mia, è venuto il bisogno di scuotere questa situazione, proprio con il teatro. Leggevo testi, pensavo al nuovo lavoro, ma sempre avevo in me l'idea imprescindibile di morte: non una morte letteraria, ma quella certa, concreta, vicina, oggettiva della Compagnia e del nostro lavoro durato dieci anni. Non vedevamo prospettive ed affrontavamo questa produzione come fosse l'ultima. Stavamo perdendo un grande amore. Poi Ariosto, l'Orlando Furioso, ad un certo punto è apparso come simbolo di una mancanza di amore. Una mancanza che riconoscevamo tra noi, ma soprattutto in tutti quelli che ci era attorno. Orlando Furioso è arrivato come un antidoto alla malattia, al virus, all'abbandono, alla morte. La ricerca di Angelica è in realtà la ricerca della vita, l'ansia della vita nella nostra situazione di morte vicina. Questo ci ha aiutati a ritrovare un senso. Siamo partiti dall'immagine dei Pupi siciliani, da quello che resta nella nostra memoria di questa antica forma d'arte, a quegli occhi che nel silenzio del retroscena, dove sono rimasti ordinatamente appesi, ti guardano dicendo tutto senza dirti nulla. Sono apparsi i bambini, i giochi di quand'eravamo bambini. Orlando per noi è dunque anche il gioco di trovare le voci, le parole, il gioco della finzione, dell'immaginazione. «....quanto più Orlando, nella sua folle ricerca d'amore, si sveste della sua armatura più diventa uomo», mi aveva suggerito Mimmo Cuticchio mostrandomi le sue creature e il suo teatro dei Pupi a Palermo. Abbiamo provato a lungo seduti, tutti seduti. Non lo avevamo mai fatto. Era come se non avessimo le gambe. In quella stanza non potevamo appenderci e per alcuni mesi ci siamo immobilizzati su quelle sedie. E se prima cercavamo di asciugare, di togliere, di scavare, oggi ci troviamo ad inventare, a creare, a cercare qualcosa che porti alla teatralità del teatro. Abbiamo lavorato dall'esterno verso l'interno, abbiamo cercato la finzioni dell'Orlando che rispettasse il poema dell'Ariosto ma che ci portasse soprattutto al piacere di fare e giocare con il teatro. Volevamo far apparire il teatro, con uno sforzo che è lo sforzo del teatro stesso, in una situazione paludosa, stagnante, come era quella che vivevamo quando abbiamo cominciato a provare. Non vedevamo luce, solo cunicoli bui: e questo percorso alla ricerca del teatro era anche un percorso dentro di noi, nella nostra storia. Ritrovare il teatro, ritrovare l'amore: ecco il confronto con l'Orlando Furioso. Di fronte alle difficoltà, alla mancanza di speranza, si imponevano scene, voci, personaggi. L'Orlando non arriva mai al tragico, ma racconta di 'donne, cavalieri, armi', sempre come in un fantastico gioco, solare e caldo: è stata la cosa che ci ha fatto alzare dalle sedie, ci ha fatto ritrovare il teatro, ci ha fatto riconoscere il gioco. Per un tempo abbiamo anche pensato che sarebbe stato uno spettacolo di soli uomini rivolto ad un pubblico solo femminile a cui comunque noi dedichiamo questo spettacolo. Ora, rischiando, chiediamo al pubblico di venire a giocare con noi, quasi come venire a fare teatro con noi, chiediamo di esserci più vicini, quasi condividere con noi il piacere di fare teatro. E' come se il nostro teatro si fosse perduto nei meandri di un labirinto giocoso che è l'Orlando Furioso ma che è anche un luogo fisico concreto dove tutti cercano tutto e tutti e non possono che ritrovare se stessi." Da una conversazione con Armando Punzo raccolta da Andrea Porcheddu Prima rappresentazione Carcere di Volterra 20-21-25-26 luglio 1998 |